
24 giugno
Lettera aperta di un'iraniana al suo
popolo e all'Occidente
Tutto e' nero.Tutto ha perso il
significato. Anche la lotta virtuale su internet. Su Facebook
vedi tutti gli utenti con la stessa foto con i nomi cambiati.
Non riconosci più gli amici.
Ti
dicono di fare la stessa cosa. Ti dicono che gli studenti che in
Italia hanno partecipato alle manifestazioni al rientro in Iran
sono stati arrestati o si sono visti ritirare il passaporto.
"Non tornare in Iran", ti dicono e tu senti un vuoto nel cuore.
Fino a poche settimane fa ti sentivi soffocata perche' avevi
paura di dire quello che pensavi. Oggi tremi nella prigione
dell'angoscia di non poter piu' tornare nel tuo Iran. Pensi agli
occhi della ragazza pochi secondi prima della sua morte, li ha
visti tutto il mondo. Sta morendo e le dicono "non aver paura" e
muore. Non so se ha avuto paura. Non avevo visto morire nessuno.
In lei ho visto morire il mio Paese. Nei suoi occhi che si
perdevano nel nulla ho visto morire l'umanità. Ebbene ti dici
che non hai niente da perdere. Tanto ormai abbiamo perso tutti.
Siamo dei grandi perdenti.
Abbiamo perso il nostro Iran. Ha
perso la democrazia, cosi' come hanno perso i nuovi amici
occidentali dell'Hitler iraniano. Anzi. Qua dobbiamo parlare di
tanti Hitler. Stringetevi la mano e fate un brindisi con
l'Occidente adesso che l'Iran non esiste piu'. Il nostro grido
soffocato verra' forse ricordato dalla storia.
Il nemico e' nostrano. Segue le orme d'Israele. Le folle
disperate degli iraniani intorno ai cadaveri morti mi ricordano
i palestinesi. Quasi la stessa disperazione, ma la stessa
identica angoscia, perche' l'Iran e' ormai occupato.
Noi abbiamo votato, loro ci hanno ucciso e l'Occidente ha
taciuto. Voi fate brindisi alla vostra vittoria. Noi piangeremo
la nostra rovina.
Solo fino a pochi giorni fa,
verde era il colore della speranza. Oggi e' il colore del
sangue, del lutto, della perdizione, degli occhi che si spengono
per un Paese.
"Non avere paura", mi dico. Eppure piango e tremo. Ho sempre
pensato a quelli che per aver detto la verita' dovevano vivere
lontano dal Paese. Oggi vedo me e i miei amici tremare afflitti
dalla paura. E' immisurabile la profondita' di questo dolore.
Ci hanno dimenticato tutti. Perfino il buon Dio sembra non voler
sentire le nostre grida. E io non so piu' cosa rispondere agli
amici atei. Hanno un sorriso amaro. Come se mi volessero dire
"avevamo ragione noi".
Urla un'intera nazione. E il mondo sta a guardare tutto in
silenzio. Aiutateci a rompere il silenzio. Aiutateci a tenere
vivo il verde. Aiutateci a salvare quel poco che e' rimasto
dell'Iran. Aiutateci a credere che l'umanita' esiste ancora. Non
vi chiediamo molto: basta portate qualcosa di verde, fosse anche
una semplice foglia attaccata sulla camicia.
E tu, buon Dio Onnipotente, se esisti davvero muovi almeno un
dito.
Nardana Talachian, per
tutti i ragazzi in piazza a Teheran
22 giugno
Estate da papi
di Marco Lillo e Peter Gomez
Il motoscafo del premier carico di belle ragazze: la pilotina dei
Carabinieri. L'attracco a villa La Certosa. Le ferie di agosto di Berlusconi nel
2008
Palazzo Grazioli o villa La Certosa. Cambia lo scenario, ma il copione è sempre
lo stesso: gran via vai di ragazze, tutte giovani e belle. Qualcuna è in cerca
di soldi. Qualcun'altra vuole il successo e la fama. Ottobre scorso: un grande
salone della residenza romana, una ventina di invitate, pizza, champagne e poi
l'arrivo del premier, Silvio Berlusconi, che sorride, parla di politica, canta,
si esibisce nelle sue mitiche barzellette.

Questo è il racconto che Patrizia D'Addario, candidata consigliere comunale a
Bari in una lista vicina al centrodestra, ha regalato mercoledì 17 giugno al
"Corriere della Sera". Una festa piccante, con tanto d'imprenditori
specializzati nel procurare ragazze all'amico Silvio, che ricalca lo schema del
veglione per il Capodanno 2008 già descritto da "L'espresso, ma ambientato in
Sardegna.
Ed è proprio lì, nel buen retiro gallurese del presidente del Consiglio, che in
agosto, un nuovo andirivieni i giovani donne viene fissato in immagini. In quei
giorni, vista da lassù, dalla cima della ripida salita che dal mare porta fino a
villa La Certosa, davvero l'Italia sembra essersi trasformata in un grande
reality. Giù nella baia, tra le vele e i motoscafi, il Grand Bleu del magnate
russo Roman Abramovich si staglia placido e imponente con i suoi 112 metri di
lunghezza, pronto a calare in acqua uno dei suoi cinque tender per condurre a
terra il proprietario del Chelsea.
Più vicino a riva, guardato a vista dalla pilotina dei carabinieri solita
pattugliare la scogliera quando il capo dell'esecutivo è in casa, ecco lo Sweet
Dragon: il Magnum 70 che il Cavaliere si era regalato 14 anni prima, subito dopo
la sua storica discesa in campo. I fotografi, appostati nella speranza
d'immortalare Abramovich, riprendono la potente e veloce imbarcazione del
premier mentre è in manovra d'attracco.
Così nella memoria di una Nikon finiscono alcune scene di vita quotidiana di
villa La Certosa. Sono le immagini di sette sinuose ospiti di Berlusconi che
entrano nella sua tenuta dopo una giornata di sole e salsedine. L'orologio
digitale della macchina fotografica segna le 17,32 del 14 agosto. Quel giovedì,
come era sempre accaduto a partire dal 2005, Berlusconi era atteso per la
tradizionale cena di Ferragosto dalla sua amica e vicina di casa, Anna Bettozzi,
una consulente immobiliare dall'età indefinita che, folgorata sulla via del
rock, si è reinventata cantante con il nome d'arte di Ana Bettz. Ana e il marito
ci rimangono però male, perché "lui", questa volta, non arriva.
Si presenta invece il fratello Paolo, seguito poco dopo dalla sorella,
recentemente scomparsa, Maria Antonietta. Paolo si giustifica: "Silvio non è
potuto venire perché ha gente a cena ". E chi siano gli ospiti, o meglio
l'ospite d'onore, lo racconteranno poi i giornali. Abramovich è alla Certosa,
accompagnato da un gruppo di amici per discutere di affari, politica e
soprattutto di calcio: in ballo c'è il rientro al Milan dell'attaccante Andriy
Shevchenko, per nulla soddisfatto dell'esperienza londinese nelle fila del
Chelsea. Le cronache della serata, come sempre accade quando si parla dei raduni
conviviali di Berlusconi, sono però povere di particolari.
Si sa che Mariano Apicella ha allietato la compagnia cantando "Nel blu dipinto
di blu", "'O sole mio", e "'O marenariello"; che ha accennato alla chitarra, in
onore dell'ospite russo, "Oci ciornie" e che con Berlusconi ha anticipato alcuni
brani del loro nuovo cd, in quel momento ancora in preparazione. Su tutto il
resto, invece, è buio fitto. Non è chiaro se Veronica, da poco (momentaneamente)
riconciliata col marito, sia presente in villa, né chi siano le ospiti femminili
del premier. Una volta ingrandite, le foto scattate a riva e sulla barca del
Cavaliere regalano comunque almeno quattro volti (e in qualche caso tatuaggi)
straordinariamente somiglianti a quelli di ragazze destinate nei mesi successivi
a fare molta carriera: tre stelline della tv (due protagoniste di reality e
un'aspirante giornalista Mediaset), più una giovane promessa del Pdl. Inutile
però cercare da loro conferme. "L'espresso" si è imbattuto in un muro di: "Non
sono io" e di: "Mai stata a villa Certosa".
L'esponente politico non ha poi nemmeno voluto specificare dove avesse trascorso
il Ferragosto. Questa volta, insomma, per Berlusconi niente veline ma, almeno
ufficialmente, solo sosia. Gli interrogativi sull'identità delle ragazze
appaiono comunque destinati ad avere vita breve. Esistono infatti altri scatti
degli ospiti del premier durante quella tre giorni ferragostana. A riprenderli è
stato l'ormai celebre fotoreporter sardo Antonello Zappadu che, tra il 2006 e il
2009, ha documentato con pazienza gli atterraggi e i decolli a Olbia degli aerei
utilizzati da Berlusconi ed è anche riuscito a fotografare ciò che accadeva
accadeva all'interno del parco della villa. Zappadu, tra l'altro, ha immortalato
il premier il 17 agosto 2008, mentre s'imbarca su un volo per Milano, dove va a
seguire un'amichevole del Milan. E, il giorno successivo, a quanto risulta a
"L'espresso", ha pure fotografato un gruppo di giovani donne che si dirigono
verso l'eliporto della tenuta. Con tutta probabilità le stesse che quattro
giorni prima scendevano dal Magnum 70 del Cavaliere. In tutto sono 5 mila
immagini messe in vendita sul mercato dei media internazionale da un'agenzia
fotografica colombiana. Prima o poi, insomma, saranno pubblicate anche quelle, e
molti dei segreti cadranno di botto. A svelare gli altri, invece, ci penserà
forse la magistratura. A Bari la Procura indaga su due imprenditori sospettati
di aver reclutato a pagamento alcune delle ospiti del premier. E molti pensano
che sul reality di casa Berlusconi stiano per sfilare i titoli di coda.
L'ultimo appello
In
occasione del decennale dei bombardamenti Nato in
Kosovo, Amnesty chiede la verità per i desaparecidos del conflitto
Ci sono storie che proprio non si vogliono raccontare. La storia corre in
fretta, senza guardarsi indietro. Il 9 giugno 1999, dieci anni fa, finivano i
bombardamenti della Nato sulla Serbia. Da allora tante cose sono cambiate, al
punto che per alcuni stati il Kosovo non è più una provincia serba a maggioranza
albanese ma uno stato indipendente.
Kosovo
graffiti. Il conflitto in Kosovo ebbe inizio il 24 marzo 1999 e terminò il 9
giugno dello stesso anno, con l'accordo di pace firmato a Kumanovo. La Nato
decise di intervenire per porre fine a quella che ritenne una pulizia etnica
perpetrata dal governo serbo contro gli albanesi in Kosovo.
Per 77 giorni i bombardieri Nato, inquadrati nell'operazione Allied Force,
martellarono obiettivi militari in Serbia e in Kosovo. Come in tutte le guerre,
però, ci sono gli effetti collaterali: il il 5 aprile un missile Nato mancò
l'obiettivo ad Aleksinac e uccise 17 civili, il 12 aprile la Nato colpì per
errore un treno di civili a Grdelica e ne uccise 55. Due giorni dopo, a
Djakovica, sempre per errore, venne colpita una colonna di profughi: 75 morti.
Un altro errore il 23 aprile, quando venne colpita la sede della tv a Belgrado e
morirono 10 persone, mentre il 27 venne colpita una casa a Surdulica e rimasero
uccise venti persone. Poi una corriera a Pristina il il 1 maggio: 47 morti. Il 7
maggio vennero colpiti, per sbaglio, l'ospedale civile e il mercato di Nis: 20
morti. Il giorno dopo venne centrata l'ambasciata della Cina a Belgrado e
morirono tre persone. Il 13 maggio una bomba Nato colpì un campo profughi a
Korisa uccidendo 87 persone. Furono 20 le vittime del bombardamento
dell'ospedale di Surdulica. Una lunga catena di lutti, ormai dimenticati.
Un passato che non passa. Amnesty International, però, non ha
dimenticato. In occasione dell'anniversario ha voluto tornare a occuparsi di
quelle ''circa 1900 famiglie tra Kosovo e Serbia che ancora non hanno
informazioni sul destino o sulle spoglie dei loro parenti dispersi'', come ha
spiegato Sian Jones, la ricercatrice di Amnesty in occasione della presentazione
di Seppellire il passato: 10 anni di impunità per le sparizioni forzate e i
rapimenti in Kosovo, l'appello dell'organizzazione non governativa rivolto a
tutti gli attori coinvolti nella vicenda. I governi di Serbia e Kosovo, l'Unione
europea e la sua missione civile in Kosovo Eulex. Amnesty chiede all'Ue che
vengano stanziate risorse adeguate per sostenere i tribunali che lavorano ai
casi dei desaparacidos del conflitto del 1999 e per mettere in cantiere
programmi di protezione dei testimoni dei crimini commessi durante il conflitto.
''Un sostegno che deve essere politico, non solo economico'', ha concluso Jones.
I dati di Amnesty sono eloquenti: sono almeno 3mila gli albanesi del Kosovo
spariti nel nulla durante il conflitto, per mano di polizia, esercito e milizie
paramilitari serbe. A questi vanno aggiunti gli almeno 800 tra serbi, rom (che
le milizie albanesi ritennero alleati dei serbi) ed esponenti di altre minoranze
etnico - religiose che finirono nelle mani dell' Uck, la milizia albanese del
Kosovo.
Pace e giustizia. Un rapporto di 82 pagine, dettagliato e approfondito,
che diviene un atto di accusa verso gli investigatori di Unmik, la missione Nato
che dopo la fine dei bombardamenti venne dispiegata in Kosovo con l'ordine di
vigilare sull'ordine pubblico e di indagare anche sui desaparecidos. Amnesty lo
ha fatto, raccogliendo testimonianze e denunce, di persone che hanno paura di
parlare per timore di ritorsioni. L'ong ha raccolto comunque una serie di storie
che dipinge un puzzle fatto di esumazioni non documentate, documenti smarriti,
ingerenze politiche nel sistema giudiziario, inchieste insabbiate e una pletora
di soggetti inquirenti coinvolti che ha finito per vanificare gli sforzi delle
indagini. Un muro di gomma, che ha privato i parenti dei desaparecidos del
diritto di avere accesso alle informazioni sulle inchieste in corso. Una coltre
è calata sul destino di almeno 3800 persone, generando un buco nero nella storia
di quel conflitto. Un buco nero nel quale sono precipitati luoghi come la
fonderia di Mackatica, dove sarebbero stati cremati centinaia di civili
albanesi, oppure la famigerata 'casa gialla' nei pressi del villaggio di Burrel,
dove circa 300 serbi sarebbero stati uccisi e privati degli organi. Un buco nero
nel quale i parenti delle vittime aspettano, dopo dieci anni, di poter guardare.
Per dimenticare in pace.
Christian Elia
Haiti, soldati ONU accusati
di aver ucciso un manifestante
Secondo alcune testimonianze avrebbero risposto
sparando al lancio di pietre
Una persona è morta oggi ad Haiti, colpita da una pallottola alla testa, in
seguito agli incidenti di piazza scoppiati dopo il funerale di padre Gerard Jean
Just, un sacerdote impegnato nella difesa dei diritti dei più deboli. A sparare
sarebbero stati alcuni soldati della Minustah, la missione dell'Onu per la
stabilizzazione del Paese, .

Il portavoce dell' Onu ha subito negato il coinvolgimento dei caschi blu, ma
alcuni testimoni riferiscono di aver visto almeno tre soldati della Minustah
mirare contro la folla. Gli incidenti sono iniziati al termine del funerale di
padre Gerard Jean Juste, un sacerdote haitiano molto stimato dalla popolazione
per la sua opera accanto ai più deboli, quando la rabbia contro il governo per
la situazione economica devstante che attanaglia il Paese, si è scagliata contro
i caschi blu, accusati di proteggere il governo di Rene Preval, con un lancio di
pietre. A queste, gli uomini della Minustah avrebbero reagito imbracciando i
fucili. Gli scontri sono proseguiti poi nella zona dell'università, con i
cassonetti della spazzatura e alcuni autobus incendiati a mo' di barricate. I
manifestanti hanno chiesto la partenza dei soldati Onu dall'isola e l'avvio di
una serie di riforme politiche ed economiche in grado di risollevare le
condizioni di uno dei paesi più poveri al mondo.
Hamas: "La CIA ha
collaborato con l'ANP di Abbas"
L'accusa su un sito web. Abbas con l'aiuto
della Cia voleva eliminare Muhammed Deif
La
Cia ha collaborato Mahmoud Abbas, il presidente dell'Autorità Nazionale
Palestinese per tentare di eliminare uno dei leader militari di Hamas, Muhammed
Deif: lo sostiene il sito web del braccio armato di Hamas, le Brigate Ezzedin
al-Qassam. Citando un portavoce dell'organizzazione, Abu Obeida, il sito afferma
di aver ricevuto una documentazione risalente ad alcuni anni fa dalla quale
emergerebbe una stretta collaborazione a Gaza di agenti della Cia con i servizi
d'informazione di Abbas allo scopo di seguire i movimenti di Deif e di
ascoltarne le conversazioni. Considerato da Israele uno dei terroristi
palestinesi più pericolosi, Deif è scampato a ripetuti attentati.
16 giugno
A piazza Farnese a Roma l'iniziativa degli "autoconvocati".
A Bologna manifestazione in musica. Alla Camera convegno con Napolitano
In piazza per ricordare
Berlinguer."Avremmo ancora bisogno di lui"
Enrico Berlinguer
ROMA - Era l'11 giugno del 1984 quando Enrico
Berlinguer moriva. Quelle immagini del malore durante un comizio a Padova, i
giorni d'agonia e la marea umana che invase Roma per i funerali del leader
comunista segnarono una pagina di storia d'Italia. Oggi, a distanza di 25 anni,
sono molti a pensare che quella eredità non dovrebbe cadere nell'oblio ed ecco
le cermonie organizzate per ricordarlo. Ufficiali e non solo.
A Roma, per esempio, l'appuntamento è per giovedì alle 18.30 in piazza Farnese.
L'idea è venuta ad un gruppo di ex comunisti, ex diessini, attuali militanti nel
Pd o semplici estimatori della figura di Berlinguer, adesso impegnati nella
società e nella politica. Nata per caso, l'iniziativa è iniziata a lievitare
attraverso giri di telefonate e mail. Nessuna cerimonia ampollosa e nessun
palco. Solo un microfono e un modo semplice per ricordare uno dei leader più
amati della storia comunista.
"Siamo un gruppo di cittadine e cittadini che, ispirati dalla memoria di Enrico
Berlinguer, hanno sentito l'esigenza di celebrare in mezzo alla gente il
venticinquesimo anniversario della sua morte" scrivono i firmatari dell'appello.
Il 21 maggio, alla Camera, a ricordare l'ex segretario Pci, si era svolto un
convegno aperto da Dario Franceschini. "L'esempio dell'uomo e del politico
rappresenta un patrimonio per l'intera nazione, al di là degli steccati di
parte. E di tale esempio noi siamo convinti che l'Italia e gli italiani abbiano
ancora estremo bisogno, soprattutto in una stagione così travagliata come quella
che il nostro Paese sta attraversando" scrivono i promotori dell'iniziativa. E a
piazza Farnese ci saranno anche alcuni esponenti politici. Campagna elettorale
permettendo.
Ancora un'iniziativa, all'Auditorium di via Rieti, giovedì pomeriggio. Si tratta
di un convegno dal titolo "La questione morale", dove interverranno Giovanni
Berlinguer, Giovanni Bachelet, Antonio Padellaro, Ivan Scalfarotto e Walter
Tocci.
A Bologna, invece, sul palco di piazza 8 Agosto, si alterneranno cantanti e
personaggi dello spettacolo e della politica."Per Enrico" è il titolo
dell'iniziativa a cui parteciperanno, tra gli altri, Pierluigi Bersani e Romano
Prodi. Tanti i cantanti, compresi i Modena City Ramblers che ai funerali del
leader comunista hanno dedicato un brano. Ed ancora attori come Sabrina Ferilli,
Massimo Ghini e Paolo Rossi. Uniti nel nome di un uomo che non ebbe mai un ruolo
di governo, non entrò mai nella 'stanza dei bottoni', ma che ha lasciato una
traccia indelebile. La manifestazione, curata da Estragon e dalla Fondazione
Duemila, vuole essere "una grande festa popolare e apartitica - spiega Lele
Roveri, presidente di Estragon - per dare un tributo alla figura più importante
della sinistra del dopoguerra. Per chiunque ha fatto politica, Berlinguer è un
punto di riferimento".
Il convegno. Domani alle 18, nella sala della Regina a Montecitorio si terrà il
convegno "Enrico Berlinguer: l'uomo, i valori, la politica". Parteciperanno il
presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il presidente della Camera dei
deputati, Gianfranco Fini. Parleranno Umberto Gentiloni, Giuseppe Pisanu, Carla
Ravaioli ed Alfredo Reichlin.
12 giugno

di
Giuseppe Di Lello
LA MAFIA
RINGRAZIA
Il vero problema per le intercettazioni telefoniche era quello della
loro pubblicazione e, quindi, del rispetto della privacy di persone che,
seppur non implicate nelle indagini, venivano sbattute in prima pagina,
spesso a causa della loro notorietà. Il governo però ha preso al volo
l'occasione per regolare i conti con il sistema stesso delle
intercettazioni, con i magistrati e con la stampa, uniti in una specie di
«grumo eversivo» che in questi ultimi anni tanto danno ha fatto agli affari
berlusconiani, pubblici e privati.
In un Paese afflitto da una cronica elusione delle leggi, la maggioranza di
centrodestra sta rendendo ulteriormente complicato i controlli di legalità
e, procedendo a colpi di voti di fiducia, oggi frena le indagini e
imbavaglia la stampa come antipasto al già depositato progetto di riforma
del processo penale che lo allungherà in ossequio alla certezza non della
pena, ma della prescrizione.
Le modifiche alle intercettazioni prescindono, innanzitutto, dal necessario
carattere d'urgenza e tempestività richiesto dalle circostanze. La richiesta
del pm infatti deve essere vistata dal procuratore capo e inviata non più al
gip del tribunale competente, ma al gip del tribunale del capoluogo del
distretto della corte d'appello nel cui ambito ha sede il gip competente
che, poi, dovrà decidere in composizione collegiale. Cioè se, per esempio,
il gip competente è quello di Agrigento, la richiesta va inviata al gip del
tribunale di Palermo che, appunto, è il tribunale del capoluogo del
distretto. Alla sicura perdita di qualche settimana di tempo, si deve
aggiungere che l'intercettazione può essere disposta solo se vi sono «gravi
indizi di colpevolezza» ed è «assolutamente indispensabile ai fini della
prosecuzione delle indagini»: ma ciò attiene già ad una fase di acquisizione
di prove abbastanza tranquillizzante per l'accusa e, pertanto,
l'intercettazione sarebbe assolutamente superflua.
Le intercettazioni non possono durare più di trenta giorni, prorogabili per
altri trenta giorni in due volte, ma per una serie di reati gravi i termini
possono essere prorogati per tutta la durata delle indagini preliminari e
basta che ci siano sufficienti indizi di reato. E' abbastanza chiaro che
queste modifiche restrittive comporteranno gravi intralci alle indagini,
specie per i reati dei «colletti bianchi» che, a questo punto, saranno
pressoché impossibili per il combinato disposto dei gravi indizi di
colpevolezza e della tagliola temporale.
Seppur intralciate, di esse comunque non se ne potrà avere notizia «anche se
non sussiste più il segreto, fino a che non siano concluse le indagini
preliminari». Fatte salve le persone non implicate nelle indagini, perché ci
deve essere un così pesante vulnus per il diritto all'informazione
afferente, per giunta, anche a fatti sui quali non c'è nemmeno il segreto
istruttorio?
I tempi delle indagini preliminari sono a volte lunghi - soprattutto quelli
che riguardano la criminalità organizzata - e sulle grandi inchieste calerà
un silenzio tombale, rafforzato da pesanti sanzioni sia per i giornalisti
(per i quali è addirittura previsto il carcere) che per i magistrati.
E' proprio a partire dall'inizio delle indagini che il diritto
all'informazione deve dispiegarsi nella sua interezza se si vuole un vero
«controllo sociale» sulla effettività e completezza delle stesse specie ora
che si profila all'orizzonte una notizia di reato sottratta ai pm e affidata
interamente alla polizia e, cioè, all'esecutivo.
Avremo un paese imbavagliato a maggior gloria dei criminali che truffano lo
Stato, corrompono, devastano l'ambiente e attentano alla salute o alla vita
dei cittadini o degli operai nei cantieri, tanto per fare qualche esempio
esemplificatorio e non esaustivo. A chi giova tutto ciò se non ad una
maggioranza di governo che nell'illegalità diffusa trova un grande bacino di
consenso sociale ed elettorale?
C'è però, ed è necessario che monti e si rafforzi, una altrettanto grande
area di opposizione sociale ed istituzionale a queste norme liberticide, a
partire dai magistrati, dalle forze di polizia e dalla stampa, fino ai
«semplici» cittadini, tutti espropriati dal diritto-dovere di contrastare
l'illegalità e di essere informati sulle malefatte del potere: la sinistra,
dovunque essa sia, ha una ulteriore occasione di ritrovare compattezza
intorno ai valori di legalità così palesemente calpestati.
MELFI
Fiat non
rispetta gli accordi. La denuncia Fiom
La delegazione dei metalmeccanici della Cgil non ha partecipato,
ieri, all'incontro previsto sul recupero della produzione della Grande Punto
nello stabilimento della Fiat Sata. A Melfi, la produzione è stata bloccata
per una settimana a causa di uno sciopero di solidarietà in due aziende
dell'indotto, dove gli operai protestavano contro il mancato rinnovo di 70
contratti interinali (con un'anzianità media di quattro anni). Bene:
mercoledì scorso era stato raggiunto un accordo nella sede degli industriali
locali per il rinnovo (di due mesi) degli interinali in altre aziende
dell'indotto, e la produzione era ripresa seduta stante. Ieri la denuncia
Fiom: «A diversi giorni dall'intesa, non tutti i lavoratori sono stati
richiamati e questo è un atteggiamento contro le istituzioni e la tenuta
democratica degli assetti sociali. Fiat fa orecchie da mercante: «Noi non
abbiamo firmato nessun accordo circa i lavoratori somministrati»
Ecco la guerra degli Italiani
di Gianluca Di Feo
Afghanistan: l'Italia schiera
mille combattenti più 2.000 uomini di supporto. Una missione che non si può
più chiamare di pace. Ecco la strategia del nostro contingente
Dalla fine di maggio la Folgore è passata all'iniziativa. Nelle province
di Farah, al confine con la grande area di Helmand cuore dei talebani, e
di Baghdis, al confine turkmeno strategico per il traffico di oppio,
mille soldati italiani hanno cominciato a muoversi con le forze afghane
per riprendere il controllo del territorio.
È la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale che l'Italia
schiera una simile quantità di militari operativi: mille combattenti,
altri 2000 uomini di supporto. Una missione che non si può più chiamare
di pace, concordata e benedetta dall'amministrazione Obama.
Da allora, attacchi e scontri si sono moltiplicati: quasi uno al giorno.
E altri rinforzi sono in arrivo: nuovi operativi, nuovi blindati, nuovi
elicotteri. Ecco la strategia del nostro contingente e gli strumenti
bellici per realizzarla. Con foto e video delle attività.
Americani e italiani, guerra senza quartiere al terrorismo e sostegno
alla rinascita dell'Afghanistan. Fino a un anno fa erano missioni
rigorosamente separate, con mandati, metodi e finalità molto diverse. Il
governo Berlusconi, senza cambiare né le regole d'ingaggio né i numeri
complessivi della spedizione, ha abbattuto la barriera. E l'offensiva
voluta da Barack Obama renderà le due operazioni sempre più intrecciate.
Già oggi nelle mappe della regione affidata al nostro comando spicca una
grande macchia ovale, con una sigla esplicita 'Operation box Tripoli'. È
una zona sottratta al nostro controllo per volontà della Nato e consenso
del nostro governo: territorio di caccia esclusivo dei marines della
Task Force Tripoli, dal nome della prima battaglia combattuta due secoli
fa dai fanti di Marina statunitensi contro i pirati musulmani. Nessuno
degli alleati deve avvicinarsi a meno di 20 chilometri.
È considerata uno dei santuari dei talebani, utilizzato per organizzare
le spedizioni verso Kandahar. Lì sono avvenuti alcuni degli scontri più
feroci dell'ultimo anno e anche dei bombardamenti che hanno provocato
decine e decine di vittime civili.
Ma anche una fetta rilevante dei rinforzi che il presidente americano
sta mandando in Afghanistan prenderà posizione tra gli avamposti della
Folgore. L'obiettivo è potenziare e motivare i reparti della polizia
afgana, quelli che devono gestire il controllo di strade e paesi. Da
giugno, 1.800 marines li affiancheranno, presidiando otto nuove
postazioni nella regione 'italiana'. In particolare, stanno costruendo
una grande base intorno all'aeroporto di Shindand, una struttura
colossale creata dai sovietici e strategica anche per la vicinanza al
confine iraniano.
Altri fortini avanzati, sempre con guarnigione mista americana-afgana,
vengono edificati in tutta l'area di Farah, spesso a pochi chilometri da
quelli dei nostri parà in modo da garantire appoggio reciproco in caso
di attacco. La strategia del Pentagono è chiara: isolare la regione di
Helmand, il cuore dell'etnia pashtun e della presenza fondamentalista.
Per questo un'ala della nuova armata statunitense si muoverà dal confine
pachistano; l'altra invece opererà a cavallo della regione di Herat per
sigillare le vie di fuga verso Iran e Turkmenistan.
Gli scontri attesi per giugno saranno solo una prova generale della
battaglia prevista per agosto, quando i fondamentalisti tenteranno di
ostacolare le elezioni presidenziali. "Quella che abbiamo vissuto finora
è stata la quiete prima della tempesta, legata al raccolto del papavero
da oppio, ma la minaccia d'ora in poi continuerà a crescere fino alle
elezioni", spiega il generale Rosario Castellano, comandante delle forze
italiane e di tutto il dispositivo Nato nella regione sud-occidentale.
Anche gli italiani riceveranno altri rinforzi. Truppe scelte, per
potenziare la Task Force 45: l'élite dei commandos che opera nella terra
di nessuno lontano dai fortini. E un reparto di nuove autoblindo
Freccia, con torrette e cannoncini per proteggere i convogli.
"L'aspetto militare è solo una componente della missione", insiste il
generale Castellano, che sottolinea l'attività svolta dai centri per il
sostegno alla popolazione: "Siamo qui per insegnare a pescare, non per
distribuire pesci". Ma anche gli afgani chiedono più fondi, per
finanziare progetti e iniziative. E a fronte di un costo che quest'anno
rischia di arrivare a mezzo miliardo per la spedizione armata in
Afghanistan, i finanziamenti disponibili per attività umanitarie sono di
poche decine di milioni.
Una cosa è certa. Nessuno in Afghanistan parla più di missione di pace.
Che si tratti di una guerra è chiaro sin dai simboli. In tutte le basi
della Nato le bandiere sono sempre a mezzasta: il segno di lutto viene
dedicato a ogni caduto, occidentale o delle forze governative afgane. E
sono mesi che non si vedono le bandiere sventolare in alto
8 giugno

Silvio circus
di Edmondo Berselli
Disoccupazione in aumento. Consumi e fatturati in calo. Spesa pubblica fuori
controllo. Ma Berlusconi spaccia una realtà immaginaria. Tra annunci epocali e
realizzazioni precarie
Cronache
da un'Italia molto immaginaria, in cui gli uomini di punta del Popolo della
libertà e della Lega ripetono ogni due per tre che in un anno di legislatura il
governo Berlusconi ha realizzato l'intero programma dei cinque anni di mandato
popolare. Sono leggende, naturalmente, propaganda quintessenziale, alchimia
mediatica pura. Si sono già sentite nella legislatura 2001-2006, allorché,
imbrodandosi, ogni esponente della Cdl magnificava le 36 riforme del governo
Berlusconi. Una mente fredda come quella di Tiziano Treu ebbe gioco facile a
rispondere: "Se hanno prodotto la crescita zero, le riforme erano sbagliate". La
diagnosi era azzeccata, anche in vista del crollo politico-economico della
destra di metà mandato, testimoniato dal siluramento del megaministro Tremonti,
accusato da Gianfranco Fini di avere truccato i conti.
Fra le misure 'epocali' attuate dal governo a diretto coronamento della
conquista di Palazzo Chigi nel 2008, oltre alla demagogica abolizione dell'Ici
vanno messe agli atti la Robin Tax, approvata da Tremonti contro le banche e i
petrolieri proprio mentre la congiuntura stava per virare, e gli sgravi fiscali
sugli straordinari mentre era sul punto di esplodere il dato della cassa
integrazione. Quanto all'efficienza del governo, è sufficiente mettere a fuoco
il penoso fallimento della 'social card', strumento mortificante di
pauperizzazione di pensionati e ceti non affluenti, che per una serie di
incidenti tecnici si è rivelato un boomerang.
È la 'Fiction Italia', benvenuti, una soap opera con la griffe della destra. Un
equilibrio sofisticatissimo di annunci epocali e di realizzazioni precarie.
Immondizia che sparisce a Napoli per poi provocatoriamente riapparire a Palermo.
Equilibri di un potere apparentemente inscalfibile, come quello gestito da
Raffaele Lombardo a Palermo, che viene bombardato, "raso al suolo" dal
governatore, con un specie di operazione milazziana che azzera alleanze,
relazioni preferenziali, blocchi corporativi, e quella fitta trama di scambi che
si era imperniata sul rapporto fra il Pdl, l'Udc, i patronage siciliani e i
clientelismi locali e nazionali gestiti dall'abilità manovriera del leader del
Movimento per l'autonomia.
Ora, che potesse reggere un equilibrio politico fondato proprio sul movimento di
Lombardo era escluso dalla logica e dalla politica. Come aveva descritto Pier
Luigi Bersani: "Nella destra c'è chi vuole tenere i soldi al Nord, e chi vuole i
trasferimenti al Sud. Spiegatemi come si fa a dare le risorse del federalismo
fiscale a Bossi e una fiscalità di vantaggio a Lombardo".
In realtà il metodo esisteva, sembra facilissimo e consiste nel gonfiare la
spesa pubblica. Ciò che il governo ha fatto con puntualità, trovandosi tuttavia
a dover manovrare conti difficili, prima per l'aggravarsi della recessione, poi
per la necessità di fronteggiare il disastro sismico dell'Aquila.
In questo quadro largamente negativo, il capo del governo e il suo ministro
dell'Economia non hanno saputo dire altro se non di "avere messo in sicurezza il
risparmio degli italiani", in particolare con una serie di garanzie sui conti
correnti bancari. Ottima scelta, se non si basasse su un'idea di continuità del
funzionamento economico che per la verità è tutta da verificare. Perché il punto
centrale della 'Fiction Italia' dipende proprio dalla valutazione della crisi
economica. Sono mesi che Silvio Berlusconi si aggrappa all'idea che la
recessione è tutta un fenomeno psicologico, una specie di ingorgo mentale di cui
liberarsi al più presto "con la volontà, con il nostro entusiasmo di
imprenditori".
È riuscito a comunicare questi concetti perfino alla platea della Confesercenti,
non particolarmente simpatizzante nei suoi confronti, anche se non ha portato a
casa risultati significativi. I commercianti, non importa se di destra e di
sinistra, vedono ridursi "lo scontrino" e non vedono spiragli di ripresa. La
stagnazione è qui con noi. L'entusiasmo non basta.
Per la sua parte Berlusconi, senza averle lette, è riuscito a portare sotto una
dimensione 'berlusconiana' le considerazioni finali di Mario Draghi alla Banca
d'Italia, che hanno rappresentato in realtà una delle più inquietanti sentenze
economiche e finanziarie ascoltate negli ultimi anni. Perché il governatore
Draghi non si è certamente fatto infinocchiare dalla retorica della destra, e ha
esposto con nitidezza andamenti e fatti. E i fatti sono spietati.
Nonostante le iniziative assunte dal ministro più popolare del governo, vale a
dire Renato Brunetta, e tutti i progetti sul piano del welfare ipotizzati nel
Libro bianco da Maurizio Sacconi (ancora scolastici, slegati dalla dimensione
istituzionale, e ispirati comunque a un'arretrata visione 'caritatevole'), la
spesa pubblica è di fatto fuori controllo. Anzi, se si osservano gli andamenti
reali della finanza nazionale, come ha rilevato Enrico Letta, e come è stato
messo più volte in rilievo da Giuseppe Berta, il brivido nella schiena è
assicurato, con un tendenziale del debito pubblico che ci riporta a un rapporto
debito-Pil simile a quello degli anni Ottanta (120 per cento nel 2010), e con la
sostanziale perdita di controllo del deficit.
In queste condizioni non c'è spazio per l'ottimismo di maniera. Le immagini di
Alitalia e di Malpensa stanno lì a dimostrare l'effetto notte delle strategie
nazionali e antimercato del governo. Anche perché i tenui segnali di
rallentamento della recessione che sembra di incrociare nei dati economici
rischiano di essere tutti bruciati dagli effetti reali della crisi. Se si
osserva infatti la tendenza del settore manifatturiero nelle regioni italiane
tradizionalmente vocate, si intravedono scenari inquietanti, con cadute del
fatturato fra il 25 e il 50 per cento.
Le conseguenze di un simile trend sul piano occupazionale sono già state
segnalate dal governatore Draghi nelle considerazioni finali, e comportano un
incremento della disoccupazione fino a oltre il 10 per cento, con conseguente
caduta della domanda di merci e servizi (e quindi con contraccolpi appariscenti
nei livelli commerciali e nella grande distribuzione).
Nelle aree di grande industrializzazione come il triangolo industriale, il
Nord-est, l'Emilia-Romagna, le imprese stringono i denti, usano con fantasia e
duttilità i contratti di solidarietà in tutte le forme possibili, accedono al
welfare in modo anche creativo, ma nessuno è in grado di prevedere per quanto
tempo potranno resistere.
All'assemblea generale della Confindustria, Emma Marcegaglia ha invitato il
premier, con calore e mimica perfino eccessivi, ad approfittare del consenso di
cui gode (che andrà verificato alle elezioni europee, per uscire dalla
numerologia del 75 per cento), per varare immediatamente "le riforme di cui il
paese ha bisogno": che sono poi sempre le stesse, e di solito prendono il via
dall'età pensionabile e dalla struttura remunerativa nel medio-lungo periodo
della previdenza.
Sulle altre riforme di mercato, a partire dalle liberalizzazioni, nel grigiore
delle aule parlamentari e nelle commissioni la destra si è distinta in un'opaca
opera di blocco delle vecchie lenzuolate di Bersani, a favore di un modello
corporativo che fin qui appare come il vero e unico schema politico-sociale di
Berlusconi e Tremonti.
Tanto più che oggi, in attesa del G8 aquilano, si ha la sensazione di una
vistosa perdita di credibilità sul piano internazionale, testimoniata ad esempio
dalle fallite spedizioni a Teheran del ministro Franco Frattini, e in qualche
caso dalla percezione di una politica personale di Berlusconi, rivolta
specialmente verso la Russia di Putin, in cui il premier non sembra avere le
mani del tutto libere.
Insomma, finora la 'Fiction Italia' ha avuto successo esclusivamente
nell'imporre un modello sociale ed estetico. Il mondo velinaro sembra realizzare
effettivamente la fase suprema e la malattia senile del berlusconismo: una
realtà in cui non si sa chi effettivamente crea valore, chi paga, chi spende,
chi incassa. È il mondo dell'immagine e del look, immortalato dal fazzoletto del
premier con il fondotinta incorporato. A cui si affianca la politica dura verso
l'immigrazione, clandestina o no, con i respingimenti che hanno inquietato anche
la gerarchia cattolica.
Tuttavia occorre considerare che l'Italia di oggi, simile in parte alla
struttura occupazionale della Germania, è dotata di un apparato industriale che
occupa ancora oggi il 20 per cento della forza lavoro. Rispetto a questa realtà,
il berlusconismo è del tutto spiazzato. Non ha un'idea di politica industriale.
Non ha una cultura in grado di inquadrare concettualmente la questione della
crescita.
È possibile quindi che la soluzione alla fiction debba venire da altre fonti. Se
è vero che per maneggiare l'evoluzione della crisi economica occorrono
strumentazioni politiche assai più sofisticate, occorrerà prendere atto che
nelle ultime settimane si è assistito a una fortissima redistribuzione dei
poteri al livello internazionale, che dalla Casa Bianca di Barack Obama ha
coinvolto la Francia di Nicolas Sarkozy e soprattutto la Germania di Angela
Merkel.
Gli effetti di questa redistribuzione si sono visti nell'afasia del governo sul
caso Fiat-Magna International, con i balbettii provinciali dei nostri ministri
economici, Sergio Marchionne lasciato allo scoperto e la completa assenza di
Berlusconi dal gioco grande, impegnatissimo com'era nel difendere i suoi silenzi
sulle vicende velinare con le trame dei suoi staff produttori a getto continuo
di format fasulli.
Per questo può nascere la sensazione che nonostante tutto, nonostante la
maggioranza monstre, nonostante la sicurezza ostentata dal premier, qualcosa di
essenzialmente politico si stia aggirando lentamente dentro la politica
italiana, cercando qualche sbocco inatteso. Il partito unico del berlusconismo
presenta diversi buchi. E allora l'attivismo ancora imprecisato ma visibile di
Massimo D'Alema, il tentativo radical-conservatore di Gianfranco Fini, con i
suoi continui spostamenti laterali dal paradigma del berlusconismo, e anche
l'embrione di associazioni e fondazioni come quella di Luca Cordero di
Montezemolo, sembrano dire che il grande processo di semplificazione (populista
e istituzionale) a cui guarda o guardava Berlusconi, pare ormai secondario
rispetto a ciò che avviene nel cuore della realtà politica.
La fiction potrebbe durare ancora, finché piacerà all'amoralismo degli italiani.
Ma è assai difficile che la 'Fiction Italia' possa trovare un buon finale con la
farragine narrativa di un modello che ormai appare largamente sfasato rispetto
alla durezza della realtà
Italia-Usa, i segreti nucleari
di Gianluca Di Feo
Un dossier firmato Barack Obama divulgato per errore. Con dentro tutti i siti
nucleari segreti degli Usa. E a sorpresa anche due progetti italiani
Un
reattore della centrale di Caorso
Accomodatevi. Entrate nel cuore nucleare degli Stati Uniti: nei laboratori
bunker dove gli scienziati progettano reattori innovativi; nei centri ricerche
dove viene studiata la fusione del futuro; negli uffici dove si analizzano
formule fisiche lunghe come autostrade. Avete paura di perdervi? Nessun
problema: ci sono indirizzi esatti al centimetro, indicando anche i numeri delle
stanze e mappe dettagliate dei complessi più significativi. Curiosi,
appassionati e terroristi di Al Qaeda potrebbero individuare gli obiettivi senza
nessuna possibilità di errore. Perché quello accaduto nel Congresso degli Stati
Uniti è stato un errore colossale. Il dossier della Casa Bianca su tutti gli
impianti nucleari è finito in rete. È diventato così pubblico un documento di
267 pagine, firmato dal presidente Barack Obama il 5 maggio scorso e destinato
all'Iaea, l'Agenzia atomica internazionale: la precisione degli indirizzi nasce
proprio dalla necessità di mettere gli ispettori internazionali in condizione di
localizzare e controllare i siti. Cosa che adesso possono teoricamente fare
tutti.
Il dossier è classificato come Highly Confidential Safeguards Sensitive:
altamente confidenziale e sensibile, ma non formalmente segreto. Una finestra
legale che ha convinto alcuni siti americani a rilanciarne la diffusione: primo
fra tutti Fas, la federazione degli scienziati americani da sempre molto
combattiva sul tema del nucleare. E, sorpresa delle sorprese, il secondo sito
dell'elenco firmato Barack Obama riguarda l'Italia. Viene descritto un progetto
della Westinghouse di Pittsburghs realizzato insieme a due enti italiani, l'Enea
di Bologna e la Siet (società Informazioni ed esperienze termoidrauliche) di
Piacenza, che ha tra gli azionisti Enea, Enel e Ansaldo.
Si tratta di un esperimento sugli incidenti nei reattori nucleari di nuova
generazione: obiettivo è analizzare le piccole fratture con perdita di liquido
di raffreddamento. Il problema classico delle grandi centrali, quello della fuga
radioattiva di Three Miles Island nel 1979 che ispirò anche il film "Sindrome
Cinese". Obiettivo della ricerca è quello di progettare un laboratorio dove
vengano simulati questi incidenti e poi condurre dei test. Lo scopo finale è
quello di arrivare a costruire un reattore integrale con sistemi di sicurezza
interamente passivi: apparati che entrino in funzione automaticamente, senza
bisogno di intervento umano, rendendo l'impianto a prova di errore. Il tutto
incluso nel programma internazionale Gnep. Il progetto italo-statunitense è
stato approvato - recita la scheda - nel maggio 2005 e si prevede che venga
completato entro il settembre 2012. Fa parte degli studi mantenuti in vita nel
nostro paese nonostante il referendum del 1986 che decretò la fine della
produzione di energia nucleare e la chiusura delle centrali.
Un secondo programma parallelo unisce la Westinghouse, la Siet di Piacenza, il
Politecnico di Milano, l'università di Pisa e un ateneo croato. Si tratta di
studiare gli incidenti in un altro tipo di reattori integrali. Il progetto è
cominciato nel settembre 2006 e si chiuderà tra due anni. Il tutto nell'ambito
di una ricerca internazionale chiamata Iris. Il resto dell'elenco è molto
suggestivo. Ci sono i laboratori di Los Alamos, quelli dove Enrico Fermi guidò
la costruzione della prima bomba atomica. O il centro di ricerche di Oak Bridge
e quelli della Pacific Northwest di Richland (Wa). O le analisi sui depositi di
scorie di Idaho Falls. Tutto il complesso del gruppo francese Areva di Lynchburg
in Virginia viene descritto nei minimi dettagli, piante, sezioni e postazioni di
guardia incluse. C'è una sola aerea oscurata, di cui vengono fornite tutte le
indicazioni e le mappe ma non la località: sono depositi di plutonio e derivati,
fondamentali per il combustibile e per le testate nucleari.
Israele, la lobby Usa dei coloni
Come il re dei casinò californiani finanzia
l'estensione degli insediamenti
Per scoprire quanto stabili e intimi siano i legami tra governo e coloni in
Israele, bastava presenziare alla consegna dei Premi 'Moskovitz' per il
Sionismo, il 22 maggio scorso a Gerusalemme. A dispetto delle richieste di Obama,
che verranno sicuramente reiterate domani nel corso della sua visita al Cairo,
il governo di Netanyahu ha annunciato l'espansione degli insediamenti in
Cisgiordania. Il perchè lo spiega la storica e profonda influenza esercitata dal
partito dei coloni nella politica israeliana. Una contiguità, se non una
compenetrazione vera e propria, ben palpabile nella cerimonia del 22 maggio.
'Scarso aiuto alla pace'. A rivelare tali legami è Max Blumenthal, un
giornalista ebreo statunitense, tanto acuto quanto ironico, detestato dalla
comunità ebraica Usa per la sua critica feroce della destra ultraortodossa.
Blumenthal è riuscito a farsi invitare alla cerimonia di premiazione del Premio
Moskovitz per il Sionismo tenutosi una decina di giorni fa a Gerusalemme Est.
Alcune migliaia di ebrei radicali si sono riuniti di fronte a un palco con
mega-schermo montato (provocatoriamente?) a poche decine di metri dal quartiere
di Silwan, dove le autorità municipali prevedono di demolire 88 case di
cittadini palestinesi per costruire un parco tematico archeologico, espellendo
quasi 1.500 residenti. Un'operazione definita eufemisticamente dal Segretario di
Stato Usa Hillary Clinton 'di scarso aiuto' alla causa della pace.
Nomen
omen, il premio Moskovitz è stato organizzato da Irvin Moskovitz, padrone
della catena californiana di casinò 'Hawaiian Gardes'. Denunciato più volte per
lo sfruttamento di lavoratori irregolari, Moskovitz da anni convoglia milioni di
dollari verso Israele per sostenere l'espansione degli insediamenti in
Cisgiordania e Gerusalemme Est. Solo chi si distingue per particolari meriti
alla causa sionista viene insignito dell'omonimo premio. Moskovitz è ricordato
da Blumenthal per la sua amicizia con il Primo ministro Netanyahu, convinto
proprio da lui a costruire nel 1996 un'uscita del tunnel sotto la Spianata delle
Moschee: tale decisione fu all'origine degli scontri che condussero alla Seconda
Intifada. L'impronta di Moskovitz sulla terra ove sorgono i 'settlement' dei
coloni è però visibilmente impressa nell'espansione di Kiryat Arba, focolaio di
estremismo ortodosso. A palesarne l'evidenza, il Premio Moskovitz 2009,
attribuito, con i suoi bei 50 mila dollari, proprio al fondatore di Kiryat Arba,
Noam Arnon. Dopo la consegna, il giornalista Blumenthal ha avvicinato il colono
Arnon, che gli ha confessato la seguente verità: "Crediamo che gli arabi abbiano
ormai preso il controllo dei media e degli umori internazionali, convincendo il
mondo a credere che esista un popolo palestinese che merita un proprio Stato. E
questo è totalmente falso".
Premi Nobel e ministri. Il premio è stato consegnato da Robert John
Aumann, premio Nobel per l'Economia nel 2a005 (per la Teoria dei giochi), alla
presenza del ministro israeliano per le Infrastrutture, Uzi Landau. Aumann si
oppose allo sgombero della Striscia di Gaza del 2005, definendolo un crimine
contro le colonie di Gush Katif, nonché un serio pericolo per la sicurezza di
Israele. Il docente utilizzò persino la sua Teoria dei giochi per giustificare
l'occupazione dei Territori palestinesi. Prima della consegna del Nobel, una
petizione di oltre mille firme era già stata inviata all'Accademia svedese per
chiedere la cancellazione del Premio ad Aumann. Un collega canadese del
giornalista statunitense, Jesse Rosenfeld, è riuscito a eludere la sicurezza e
ha avvicinato il ministro delle Infrastrutture, mentre gigioneggiava tra la
platea dei coloni. Gli ha chiesto che ne pensasse del richiamo di Obama alla
necessità di congelare l'ampliamento degli insdediamenti. La risposta non lascia
dubbi sulla posizione sua, del suo partito (Yisrael Beiteynu) e del suo governo:
"Qualcuno dice che gli arabi possono costruire a destra e a manca e gli ebrei
no. Questa posizione va rifiutata in toto".
Da come Netanyahu riuscirà a tenersi in equilibrio tra gli ultra-ortodossi del
partito Yisrael Beiteynu e gli appelli di Obama dipenderà non solo il futuro del
suo governo ma anche quello dell''amicizia particolare' tra Washington e Tel
Aviv.
Luca Galaas
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